Tu chiamale se vuoi emozioni (vegetali)

Giovedì scorso è stato inaugurato The Florence Experiment, un progetto ideato da me e da Carsten Höller che è contemporaneamente un’installazione artistica e un esperimento scientifico. Il tutto si sviluppa attorno a due monumentali scivoli di venti metri di altezza che collegano il loggiato del secondo piano al cortile di Palazzo Strozzi. Ogni settimana centinaia di persone, scelte in maniera casuale fra gli audaci visitatori che decideranno di intraprendere la discesa con gli scivoli, vengono dotate di una speciale cintura nella quale mettere una piantina di fagiolo. Felicemente atterrati nel cortile, i visitatori/ soggetti di ricerca consegnano le piantine a un apposito e attrezzato laboratorio allestito nella Strozzina (le antiche cantine del Palazzo) dove vengono analizzate: come reagiscono a quest’esperienza? Quali sono le differenze rispetto alle altre piante che restano sole? I vegetali sono indifferenti alle emozioni umane o invece ci “sentono”? Io e Carsten cerchiamo di rispondere anche con un altro esperimento: la Strozzina ospita due sale di proiezioni. Il pubblico può scegliere tra quella in cui si proiettano solo thriller e horror, e l’altra dedicata solo a commedie e film comici. L’aria delle sale viene aspirata e due diverse condutture la riversano sulla facciata di Palazzo Strozzi: verso quale aria penderà il glicine che è stato piantato per l’occasione? Preferirà le bad o le good vibrations?Sono felice che le relazioni tra noi e il mondo vegetale siano diventate un tema per un’installazione d’arte. Vuol dire che ne prendiamo sempre più coscienza. È un tema impegnativo ma si può descrivere con una sola parola: dipendenza. La vita animale dipende da quella vegetale. E viceversa. Ma senza le piante l’intera vita animale sarebbe impossibile. Noi dipendiamo dalle piante in tutto. Ovviamente è nozione comune che le piante rappresentino la base della catena alimentare e che l’ossigeno che respiriamo provenga da loro. Spesso, però, ci sfugge che l’energia cosiddetta fossile (il petrolio e il carbone) riguarda fossili di piante, e che la maggior parte dei principi attivi medicinali, delle fibre tessili, dei materiali da costruzione ( il legno), sia di origine vegetale. E se tutto questo non bastasse, aggiungeteci anche che le piante sono la nostra casa. Letteralmente. L’uomo si è co-evoluto con le piante e ha sempre vissuto in ambienti nei quali le piante rappresentavano quasi l’intero ecosistema. In termini evoluzionistici la rottura di questo legame è recentissima.Dimentichiamo facilmente le nostre origini: stiamo davanti allo schermo di un computer da pochi decenni e dentro stanze illuminate dalla luce elettrica da tre- quattro generazioni, ma prima siamo stati agricoltori per circa cinquecento e per qualcosa come ventimila generazioni, cacciatori- raccoglitori connessi al mondo naturale e, quindi, alle piante che ne rappresentano la quasi totalità.Ventimila generazioni umane non passano invano; sul nostro essere uomini hanno molta maggiore influenza quelle che le cinquecento trascorse dall’inizio dell’agricoltura e della civiltà. Nonostante la cultura e le conoscenze accumulate, la psiche di un uomo moderno ai livelli più profondi non è molto diversa da quella di un uomo delle origini. Almeno questo è quanto afferma la psicologia evoluzionistica, una branca della psicologia che studia lo sviluppo dei processi psicologici in funzione del loro valore adattivo per l’individuo.L’allontanamento dalla nostra casa naturale non è stato indolore. Molte delle sindromi contemporanee dipendono direttamente da questo distacco e ne stiamo diventando sempre più consapevoli. Lo dimostrano l’ormai sterminato numero di articoli scientifici riguardanti gli inaspettati effetti della presenza di piante sul nostro benessere. Nel 1984, Roger Ulrich, un ricercatore dell’Università del Delaware, studiando i registri di degenza dei pazienti operati di colecistectomia di un ospedale suburbano della Pennsylvania, scoprì che i pazienti assegnati a stanze con finestre affacciate sul verde avevano soggiorni ospedalieri postoperatori più brevi, ricevevano meno commenti negativi nelle note degli infermieri e consumavano meno analgesici dei pazienti ospitati in stanze identiche ma con finestre rivolte verso altri edifici. La sola vista di un ambiente naturale era sufficiente ad accorciare significativamente la degenza postoperatoria. Oggi sappiamo che, a parità di ogni altro parametro, la presenza di piante: abbrevia le degenze postoperatorie, migliora la sopportazione del dolore, modera la pressione sanguigna, abbassa i livelli di stress, riduce il numero di disturbi nervosi e di suicidi, diminuisce i crimini contro la persona, migliora l’umore, incrementa la concentrazione in tutti e in particolare nei bambini e nei ragazzi che soffrono di ridotte capacità d’attenzione… e potremmo continuare a lungo. La nostra relazione con le piante non si esaurisce affatto nella semplice dipendenza alimentare o energetica, comunque la si voglia definire, ma è molto più profonda e implica una forte azione delle piante sulla nostra psiche. Quelle ventimila generazioni che ci hanno preceduto e per le quali una foresta era la casa, continuano prepotentemente a vivere dentro di noi. Se anche noi abbiamo abbandonato la natura, la natura non ci ha abbandonato.È per questo che ogni pianta andrebbe protetta; per questo non esistono erbacce, malerbe o piante infestanti. Ci infestano i rifiuti industriali, la plastica non biodegradabile, i veleni della modernità. Ogni pianta è un valore in sé. Non soltanto perché la nostra vita dipende da loro, ma anche perché da loro dipende molta della nostra possibilità di essere felici.

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