"Ridiamo valore alla plastica anche se è un rifiuto”

Per salvare il mondo dall'inquinamento da plastica siamo sulla buona strada. Ma si può fare ancora molto.Possono fare di più i cittadini, le imprese e la politica». Antonello Ciotti è presidente di Corepla, il Consorzio per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica, che associa produttori di materie plastiche, imprese che fabbricano e usano imballaggi, aziende specializzate in riciclaggio. Forte del milione di tonnellate raccolte in Italia nel 2017, Ciotti è ottimista per il futuro. Nonostante i continui allarmi per le isole di rifiuti che galleggiano negli oceani o le zuppe di microplastiche in cui nuotano i pesci, anche nel nostro Mediterraneo.Presidente Ciotti, lei parla di grandi progressi. Quali sono? «Basti pensare che quando il Corepla fu istituito nel 1997 raccoglieva meno di due chili di plastica per abitante all'anno. Oggi siamo arrivati a una media di 17, con punte di 25 chili in Veneto. E se nel 2003 sapevamo distinguere 5 tipi di plastica, oggi riusciamo a separare 15 materiali diversi».Eppure, dai giardini pubblici alle spiagge, i rifiuti in plastica sembrano proliferare. Cos'è che non funziona?«Ci sono tanti aspetti del ciclo dei rifiuti che possono essere migliorati».Cominciamo dai cittadini comuni: cosa possono fare? «Per esempio conferire i rifiuti in modo virtuoso: non tutti sanno che si possono riciclare solo gli imballaggi di plastica, cioè tutto ciò che serve a contenere qualcosa: dalla bottigla alla pellicola trasparente. Questi oggetti vanno messi nel sacchetto o nel cassonetto perla plastica. Tutto il resto va nell'indifferenziato».E se ci si sbaglia?«Nei nostri centri si separano gli imballaggi dall'altra plastica. I primi si recuperano. La seconda va ad alimentare comecombustibile i termovalorizzatori o le fornaci dei cementifici».Ma perché si recuperano solo gli imballaggi?« È la legge che ce lo impone. Ma è stata scritta nel 1997, in tutt'altro scenario. Forse sarebbe bene aggiornarla».Veniamo agli amministratori locali.«Spesso non sfruttano l'occasione, anche economica, che gli viene offerta. Ai Comuni che conferiscono la plastica nei nostri centri il Corepla eroga mediamente 300 euro a tonnellata. In un anno si arriva a una cifra complessiva di 310 milioni. Napoli, anche grazie a questo meccanismo, ha risanato i conti della municipalizzata della nettezza urbana e contemporaneamente uguagliato la Lombardia nella performance del recupero della plastica. Ma ci sono casi dove questo non accade. A Roma si fa poca raccolta della plastica: il risultato è che nessun imprenditore investe nella città più popolosa d'Italia le decine di milioni di euro necessarie per costruire un centro di selezione se non è sicuro che possa poi essere alimentato con continuità».È vero che le normative regionali in fatto di rifiuti obbligano i pescatori a ributtare in mare la plastica che si impiglia nelle loro reti? «È vero. Ma Corepla ha fatto un accordo con la Puglia perché i suoi pescatori possano conferire la plastica nei nostri centri. Speriamo di poter presto allargare questa intesa ad altre regioni costiere».Altre norme impongono agli esercizi commerciali dei locali adatti allo stoccaggio di rifiuti anche se raccolgono bottiglie usate. E questo scoraggia il vuoto a rendere. Qual è la logica?«La verità è che anche in questo settore abbiamo perso l'innocenza: i rifiuti hanno assunto un valore economico e si deve vigilare perché la malavita non crei circuiti paralleli privi di controllo. Si sono dunque imposti vincoli, che limitano anche le iniziative meritorie».Arriviamo infine alle imprese, molte delle quali fanno parte del vostro Consorzio. Come possono contribuire?«Faccio un esempio: la legge giapponese impone che tutte le bottiglie di plastica siano trasparenti per favorirne il riciclo. Possono avere forme ed etichette diverse per scelte di marketing, purché siano trasparenti. Ecco, se anche le aziende italiane capissero il valore in termini di immagine di produrre e usare plastiche più facilmente riutilizzabili farebbero un bel regalo a se stesse e all'ambiente».

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