In tempi in cui va più di moda accusare ricercatori e commentatori di allarmismo che prendere coscienza delle eventuali cause d`allarme, arriva, impopolare più che mai, l`ennesimo anticipo dell`Overshoot Day, il giorno in cui il pianeta Terra finisce le sue risorse per i viventi, sapiens in prima linea. Negli anni `70 del XX secolo questo giorno capitava a fine dicembre, come dovrebbe essere; oggi arriva a luglio, testimoniando il nostro assalto feroce e inarrestabile alle risorse. Il ritmo è decisamente non sostenibile e supera di gran lunga (fino all`80%) la capacità rigenerativa dei sistemi naturali, capacità che difficilmente riesce a essere incrementata artificialmente. È come se ciascuno di noi spendesse molto di più di quanto guadagna e si trovasse con lo stipendio esaurito a metà mese, vivendo in debito per il resto dei giorni. Ogni anno divoriamo quasi due pianeti Terra, consumando molte più risorse di quante essa riesca a rigenerare in quello stesso anno. Dagli anni `70 abbiamo così accumulato un debito verso la Terra di oltre vent`anni, per recuperare il quale ci vorrebbe una "produttività sostenibile/ecologica" per un lasso di tempo equivalente. Sembrerebbe una possibilità, ma, in realtà, si tratta solo di una considerazione teorica, perché ciò che i sapiens hanno combinato al pianeta è diventato in larga parte non reversibile: abbiamo impoverito l`originaria ricchezza della vita, sconvolto gli ecosistemi, eroso i suoli, acidificato gli oceani, bruciato e tagliato le foreste e, non contenti, cambiato il clima, fatto che aggrava tutte le nostre altre azioni. Dunque quello che occorre è un deciso cambio di rotta, che parta dalla riqualificazione naturalistica dei territori, qualcosa che è contenuto, per esempio, nella Nature Restoration Law della Unione Europea, il piano per il ristoro delle condizioni naturali che consentirebbe di continuare a trarre economia dal pianeta in modo sostenibile. Ma, come è noto, il cosiddetto Green Deal viene aspramente combattuto da legioni di ignoranti che nemmeno sanno di cosa si parla o da governanti in malafede che non osano contraddire il proprio elettorato impaurito. Abbiamo avuto testimonianza chiara di ciò al momento delle rivolte dei trattori, quando gli agricoltori si sollevarono per combattere le politiche verdi in via di attuazione, addossando a queste le ragioni della loro crisi. Invece di dare la colpa a mezzo secolo di "Brown Deal" che ha bruciato le basi stesse della produttività agricola, hanno preferito darla a un Green Deal che era ancora di là da venire: fenomeni senza pari. Però qualcosa si potrebbe fare, purché se ne conoscano le potenzialità: se bloccassimo totalmente ogni pratica di deforestazione potremmo guadagnare una settimana; se diminuissimo il consumo globale di carne del 50%, invece, ne guadagneremmo più di due, portando a oltre metà agosto l`Overshoot Day che quest`anno cade il 24 luglio. Ma le azioni più incisive le dovremmo fare sulle cause della crisi climatica, recuperando addirittura tre mesi se riducessimo della metà le emissioni clima alteranti, e non ci affidassimo alla sola mitigazione e all`adattamento. Pratiche corrette e inevitabili, ma che rischiano di essere completamente inutili senza una lotta all`ultimo sangue alla CO2: mettere in atto protocolli di adattamento a uno scenario di incremento di temperatura di 1,5° gradi serve a poco, se quell`incremento risulta, alla fine, di 2,7°C. Cerchiamo però di essere realisti: se i sapiens, come un sol uomo, si impegnassero a anticipare di soli cinque giorni all`anno l`Overshoot Day, potremmo tornare in equilibrio con le risorse rigenerate dal pianeta entro la metà del secolo, un obiettivo lontano, ma concreto, che garantirebbe un futuro ai nostri discendenti, quelli che ci hanno prestato il pianeta e che non sono così contenti di averlo fatto. Come si potrebbe agire, in pratica? Muovendosi secondo quanto gli specialisti suggeriscono, a iniziare dall`azzeramento delle emissioni clima alteranti, che potrebbe incentrarsi sulla fine dei sussidi diretti e indiretti alle Oil & Gas Co. e sul divieto a nuove trivellazioni, oltre che su una riconversione in fonti rinnovabili da parte degli stessi che fino a ieri hanno soffocato l`umanità. Sarebbe poi utile ridurre al minimo gli sprechi: se un californiano getta ogni giorno 4,5 kg di rifiuti e produce 16 tonnellate di CO2/anno, mentre un africano solo mezzo, emettendo meno di mezza tonnellata, è il primo che dovrebbe cambiare stile di vita, no? Ma c`entra anche la mobilità, responsabile del 30% circa delle emissioni, che è ancora troppo basata sui veicoli privati e sui combustibili fossili: sono quelli i nemici, non l`auto elettrica, comunque enormemente più efficiente (90% contro 35%). E l`alimentazione, anch`essa basata sui combustibili fossili e sulla movimentazione del cibo, quando dovrebbe essere a chilometri zero e meno carnivora (anche qui il nemico non è la carne coltivata, che offre una nuova possibilità meno impattante, ma l`allevamento intensivo). Infine, la cosiddetta economia circolare, quella che riduce quasi a zero gli scarti e gli sprechi, che comporta riuso, riciclaggio e riparazioni, un`economia che già esisteva, ma che è stata divorata dall`attuale turbocapitalismo. Come sia possibile in questo contesto appellarsi all`attuale economia di mercato, non rendendosi conto che è proprio quella il problema, riesce difficile da sopportare. E, infatti, quasi nulla cambia nelle agende, come se queste non dipendessero dal ritmo di esaurimento delle risorse, ma da noi, e si viaggia avanti tutta verso problematiche epocali. E che nessuno disturbi i manovratori, nel frattempo diventati sempre più prepotenti, violenti e guerrafondai.